| Occhio a dove vogliono mettere le mani i francesi 09/09/2026 09:24 |
![]() Descrizione al grafico: Una partita da un trilione. Continuano le scommesse sulle banche come al fantacalcio: chi si aggiudica Bpm, chi tiene in panchina Mps, che voto dare a Mediobanca in pagella e su quale casacca punterà Andrea Orcel questa stagione? Con lo spirito da terrazza estiva, ci si chiede quale schema di gioco leghi il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e il capocannoniere di Ubs Sergio Ermotti, con BlackRock che detta i tempi dalla tribuna, e Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi, indeciso, assieme al ministro Giorgetti, su quale squadra puntare? E su quali alleati punterà la finanza francese? E poi perché Milleri si è praticamente trasferito negli Stati Uniti? Solo per un love affaire o anche per incontrare più discretamente il solito Grilli?O ancora: come evolverà il rapporto tra Jean Pierre Mustier, già Ad di UniCredit con una gran voglia di tornare nel Belpaese – anche per ragioni di cuore – e il suo compagno di caccia e d’affari Philippe Donnet, Ad di Generali? Ci si domanda persino come mai Corrado Passera, resuscitato con la nomina nel Cda di Mps, si sia schierato così nettamente contro Caltagirone, che pure lo aveva eletto. Solo antipatie, vecchi rancori e conti aperti con il vertice di Intesa?
Ma il vero campo di gioco è un altro. E sopra c’è un solo nome: Generali. Una partita temeraria in cui si affilano le armi del “trinceramento”, come gli economisti di alto lignaggio definiscono, con eleganza stilistica, l’attaccamento alla poltrona degli imperatori delegati. E addirittura quelle del populismo, con cui si mascherano da interessi degli azionisti e delle comunità – vai a capire poi quali – le umane aspirazioni a mantenere, appunto, la poltrona. Descrizione per watch list o operatività: Il Leone di Trieste non è soltanto una compagnia assicurativa, ma una delle maggiori concentrazioni di risparmio privato europeo: nell’ordine del trilione di euro. Con una massa del genere non si amministra una società ma si influenza un Paese. E i francesi, a influenzare l’Italia, si esercitano da secoli. Non hanno più nemmeno bisogno di comprare Generali. Sarebbe costoso, rumoroso e, perfino, poco francese. È molto più sofisticato rinforzare l’influenza attraverso una geometria variabile: da Generali, in via diretta, a Crédit Agricole, che potrebbe diventare primo azionista di Mps per il tramite di Bpm. Ed ecco riemergere l’annoso problema italiano.
I francesi, oltre a saper far bene il loro mestiere, a Roma hanno molti amici. Da Draghi a Gentiloni a Letta, fino – nel ben diverso ruolo istituzionale – al Presidente Mattarella. Carlo Messina sembra essere tra i pochi ad averlo capito. La sua postura conserva quel senso di responsabilità che, un tempo, rappresentava un requisito curriculare dei grandi banchieri. Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio possono avere tutte le ragioni industriali del mondo, ma il risultato delle loro mosse rischia comunque di rafforzare Crédit Agricole, aprendo il più formidabile corridoio d’influenza francese sulla nostra finanzaPer non parlare di Lovaglio che, prima di far partire le Opas su Bpm e Generali, avrebbe dovuto inviare ai consiglieri le carte necessarie per tempo e non last minute. Ma è difficile essere autorizzati a fare qualcosa che si è già fatto. Gli azionisti saranno consultati, se tutto va bene, a fine ottobre, con buona pace della passivity rule e, ancora prima, del vecchio principio secondo il quale in una società per azioni il board dovrebbe rispettare – anche in senso temporale – gli azionisti che la capitalizzano. Una scaltrezza che dà modo di guadagnare oltre due mesi preziosi per rinforzare la trincea e frapporre quanti più ostacoli possibile all’Opas di Intesa e Bper, trattativa con i francesi compresa.Parti correlate, vantaggi economici e fiscali per gli azionisti, par condicio fra minoranza e maggioranza e altro ancora. Il mercato può attendere. Del resto, gli esorbitanti costi di legali e advisor, così come quelli dello stesso management impegnato full time nell’ostruzionismo a un’Opas, che appare ostile soprattutto al Ceo in carica, li pagano gli azionisti, i clienti e i dipendenti. E se poi, per qualche accidente, gli stessi azionisti non dovessero autorizzare le Opas di contrasto approvate dalla maggioranza del Cda, si entra in modalità “tanto paga Pantalone”. Fatte salve, naturalmente, le azioni di responsabilità.
Ecco che a Siena il paragone viene allora naturale: Tittia può vincere il Palio e ritrovarsi a terra un attimo dopo; fare l’amministratore delegato del Monte negli ultimi venticinque anni non è stato meno rischioso. Lo sanno De Bustis, Tonini, Mussari, Vigni, Profumo, Viola, Morelli, Bastianini, con vicende, responsabilità ed esiti diversissimi, tutti finiti prima o poi dentro un’inchiesta, un procedimento o un contenzioso. Una tradizione tanto consolidata da suggerire al prossimo head hunter di mettere nel pacchetto dell’Ad, oltre ai bonus, il benefit di un buon penalista. |